OPINIONI A CONFRONTO SU ZANSHO DAI

Da una conversazione tra Paci Sensei e l’Istruttore Igor Battiston.

12 giugno 2018

Paci Sensei: “Igor, non mi hai mai veramente detto cosa pensi dei Zansho Dai ? Mi interesserebbe molto un Tuo onesto parere”

13 giugno 2018

Battiston Igor:

“Buongiorno Maestro.

Il mio ONESTO e sentito parere è il seguente:

i Zansho Dai sono esercizi di altissimo valore tecnico e al tempo stesso di assoluta funzionalità ed efficacia in difesa personale.

 Nagashi essenziali multidirezionali con subitanea reazione.

Svariate tecniche di colpo: shuto, uppercut, uraken, hizageri,fumikomi,maegeri, mawashi ecc…

Tecniche di leva articolare, di proiezione e sottomissione.

 Uso diverso della distanza, si parte attaccando e difendendo da corta e lunga distanza.

 Le uscite (nagashi) unite alla progressione dei contrattacchi seguono un movimento naturale del corpo, nessun movimento è impedito, costretto; tutto fluisce e si conclude in maniera efficace.

 I Zansho Dai sono permeati dai principi del Wado, ma non solo!!!

Si riconosce il Suo pensiero e metodo di concepire Karate che è solo Suo ed è autentico.

La matrice ZANSHO è fluida, efficace, elegante e al tempo stesso potente e brutale.

Questo è quello che penso dei Zansho Dai.

Lei un giorno mi disse:

” Igor…l’avversario bisogna ABBATTERLO! “

13 giugno 2018

Giacchetto Donatella:

“Ciao Maestro

la risposta di Igor è sicuramente completa e competente. Molto tecnica.

Io non li trovo brutali, né più né meno di altri esercizi, dipende da come si fanno e dalla fisicità che uno ha e che ci mette.

Io una volta, tanto tempo fa, Ti ho detto che secondo me sono moderni. Sono ancora convinta di questa mia risposta. A me piacciono anche gli esercizi tradizionali di stile (alcuni più di altri), ma i ZD mi piacciono perché sono concreti ed è facile immaginare che in certe situazioni di pericolo da essi si potrebbe attingere per difendersi. Su di essi, facile ragionarci su e capire l’utilità che possono avere. Anche se non vengono eseguiti in maniera perfetta, sono accessibili.

A me piace tutto quell’insieme di attività che girano attorno al kata Zansho e ZD semplicemente perché sono belle.”

8 MARZO 2018: FESTA DELLE DONNE

Custode di una famiglia allargata è la leonessa,lei e le sue sorelle alimentano il branco,insegnano e proteggono.

L’elefante femmina adulta guidanon solo la prole, ma tutti i componenti del grande e ancestrale gruppo che crede in lei.

Infiniti istinti naturali che vanno oltre la forza bruta e il desiderio di sfide si incarnano in lei.

L’ape regina, attorno ad essa tutto il mondo di quelle piccole si avvolge e si espande, quasi ad abbracciare totalmente il loro universo.

Oh Donna, nella Tua giornata troppi i pensieri, e tutti si rincorrono e purtroppo svaniscono.

Per un attimo, un bacio ferma l’immagine della mia vita su queste straordinarie creature di un mondo che è   pur anche il nostro .

Per un attimo, giocando con le parole  vorrei chiamare loro, con il Tuo nomeDonna

e a Te Donna altre cose non poter più dire.

                                                     Zeffiro Paci Gallo

L’IMPORTANZA DEL SALUTO

Da  tanti anni sono presidente del Paci karate club, che qualcuno considera quasi come una seconda famiglia.

Tante persone giovani e adulte sono entrate a far parte di questa comunità, qualcuno ha aderito per un solo anno, altri sono presenti da decenni.

I rapporti fra gli allievi sono più o meno stretti, ma con tutti si lavora, si fatica, si scherza, e spesso si mangia assieme.

Ogni anno qualcuno inevitabilmente lascia e se ne va, ma non capisco coloro che se ne vanno senza una spiegazione, senza un commiato, senza un saluto.

Ovviamente non c’è nessun obbligo di continuare a frequentare il club, nella vita ci si incontra, si fa un pezzo di strada assieme poi, per mille motivi, taluno cambia strada, ma di regola ci si saluta, ci si ringrazia reciprocamente e ci si augura di rivederci

… MA CI SI SALUTA.

E’ bello avere nello zaino della nostra vita tanti bei rapporti umani e quando ci si incontra alle volte per strada, poterci scambiare un sorriso sincero, in ricordo dei momenti passati assieme.

Gabriella Barbini

INTERVISTA A  KOBAYASHI SENSEI

di Paci Sensei (maggio 2015)

Paci Sensei:  Kobayashi Sensei i miei ragazzi hanno avuto il piacere di allenarsi con lei per quasi un’intera settimana ed è stato un periodo impegnativo e di grande soddisfazione per tutti. I miei allievi, però, vorrebbero sapere qualcosa di più e perciò le pongo alcune domande:

P.: Quando è nato Maestro?

Kobayashi Sensei: il 15 febbraio 1947 a Tokyo

P.: A che età ha cominciato karate?

K.S.:  A 13/14 anni ho cominciato a praticare un po’, poi ho abbandonato, per riprendere a 18 anni al karate club dell’Università. (NIHON UNIV karate club di Tokio)

P.: Al karate club dell’Università ha quindi conosciuto il fondatore del Wado ryu , il grande M. Hironori Ohtsuka.

K.S.: Lui, il grande Maestro, lo vedevamo circa una volta al mese per un allenamento e poi allo stage estivo che durava circa 10 giorni.

P.: Deve essere stato emozionante  e straordinario avere l’insegnamento del M. Ohtsuka

K.S.: Lui era una persona molto tranquilla e distaccata, le sue lezioni, a noi cinture nere, erano per lo più lezioni sul kihon e sul kata, Pinan kata e specialmente, ricordo, amava insegnare molto spesso Pinana Yon dan.

P.: Ma niente di più? Nessuna tecnica o esercizio particolare?

K.S.: Raramente, molto kihon, Pinan kata, e poi c’era il Kumite. Ai corsi estivi anche un po’ d’altro, come Kihon gumite , ma io ricordo molta base e insegnamento preciso su questa.

P.: A quell’epoca (anni 60) chi c’era all’Università nel gruppo dirigente?

K.S.: A capo dell’organizzazione c’era Mano Sensei, poi Koichi Sensei, già allievi del maestro Ohtsuka. Coach era Tanabe Sensei, uno dei tre fratelli, ed anche Arakawa Sensei era un allenatore.

P.: Quante ore di allenamento si facevano a quel tempo?

K.S.: Ogni giorno circa tre ore, un’ora al mattino e due alla sera.

P.: Quando ha visto per la prima volta il Maestro Suzuki?

K.S.: A Londra all’inizio del 1973 (sono tornato in Giappone nel 1979) ho lavorato assieme a lui, nel suo dojo,  per ben sei anni, il primo anno ho anche abitato in casa sua. Ogni mattina, se lui non aveva altri impegni, andavamo al parco di fronte casa sua e ci allenavamo, molta ginnastica e poi karate.

P.: Anche kumite?

K.S.: Certo, non sempre, ma a Suzuki Sensei piaceva, in quel periodo era anche abbastanza giovane e il suo kumite non aveva mai fine….io dopo 10/15 minuti dovevo arrendermi … lui non si stancava mai.

P.: Con Suzuki Sensei quindi ha anche imparato altre tecniche particolari come difesa da coltello, kata superiori, ecc…?

K.S.: Con Suzuki Sensei ho allenato molto del programma classico, a lui piaceva tutto del karate, provare, sperimentare, innovare…era molto perfezionista ed esigente.

P.: Io dico sempre ai miei ragazzi che Suzuki Sensei è stato il più grande artista marziale, sia per mentalità che per capacità tecnica,  che ho conosciuto. Lei condivide questa mia opinione?

K.S.: Certo, lui era un grandissimo! Prima della morte di Sensei, mi telefona un amico da Londra dicendomi che “il Maestro sta male e pesa meno di 40 kg”, subito mi mobilito per andare a trovarlo…pesava 37 kg, ma ancora parlava quasi esclusivamente di karate e mi mostrava alcune tecniche… pretendeva che la moglie lo accompagnasse quasi tutti i giorni al parco per fare un po’ di allenamento…le sue ultime parole per me furono: “Kobayashi lavora bene…con il karate e vai sempre avanti…” . Dopo 3 giorni dalla mia visita Sensei è morto. La cerimonia funebre si è tenuta venti giorni dopo ed io sono tornato per la seconda volta in poco tempo a Londra per onorare Sensei.

P.: Ho grande considerazione e rispetto per ciò che mi ha appena riferito Maestro Kobayashi.

P.: In un giorno dello stage appena trascorso, Lei ha fatto vedere i suoi tetsu geta (zoccoli di ferro), si allena spesso con questo strumento?

K.S.: E’ un tipo di allenamento “antico”, anche Suzuki Sensei lo praticava in Giappone, penso anche a Londra per un certo periodo… io mi alleno ogni giorno di mattina con gli zoccoli di ferro, circa 100 calci con entrambe le gambe.

P.: Maestro, è impressionante!

K.S.: Questo mi dà molta sicurezza per la mia condizione fisica… li porto con me in ogni posto dove vado ad insegnare.

P.: Quando è tornato in Giappone nel 1979 che ruolo ha svolto?

K.S.: Dopo poco tempo sono diventato allenatore della scuola superiore Meisei della Università Nihon e questo ruolo di Coach lo ho rivestito fino al 2010.

P.: Devo sottolineare per i miei ragazzi che il suo ruolo di Coach al N/U karate club è stato fondamentale per i moltissimi successi del club stesso, sottolineo anche che Lei ha ricoperto il ruolo di docente part-time nella stessa Università nel dipartimento di letteratura e scienze e che è Vice-presidente della Federazione di karate nella prefettura di Yamanashi e Maestro di grado superiore nella Associazione Japan-Sports.

P.: Oltre ad insegnare in molti posti in Giappone, Maestro, possiede anche un dojo personale?

K.S.: Si , due dojo privati, uno a Tokyo ed uno a Yamanashi Ken .

P.: Maestro, a che posto nell’insegnamento di karate, oltre alla tecnica, mette la mente e l’educazione?

K.S.: Tu sai benissimo che tutte queste cose sono molto importanti… karate non è karate se non riflette tutte queste cose.

P.: Il suo pensiero su karate-Budo, karate-Sport, karate-Ricreazione?

K.S.: C’è bisogno di tutti e tre, anche tu mi dici che fai così…hai molti allievi, ma non tutti pensano a karate sport…tanti vogliono altro e quindi tu devi poterglielo dare.

P.: Maestro Kobayashi insegna ancora goshin jutzu nelle sue lezioni o non più?

K.S.: Ho insegnato difesa personale, ma da molti anni non più, ora mi dedico esclusivamente a karate/competizione, ho molti giovani e bambini e il tempo è sempre poco, loro hanno bisogno di tutto il mio tempo, però il mio insegnamento nel karate/sport/competizione è fatto nello spirito e mentalità Budo: gioco, divertimento, ma molto sacrificio e disciplina!

P.: Quanti giorni di allenamento fanno i bambini?

K.S.: I bambini si allenano 5 giorni alla settimana e poi moltissime domeniche, circa 25 volte all’anno  hanno gara.

Ogni volta che  c’è competizione io organizzo una lezione specifica il giorno prima.

P.: E i genitori che rapporto hanno con Lei.. con karate?

K.S.: I genitori sono interessati quanto i loro bambini, in modo diverso, ma hanno molto a cuore il karate dei loro figli… mi telefonano spesso dicendomi di essere molto esigente con loro negli allenamenti, poi molte volte assistono alle lezioni. Quando ci sono le gare partecipa tutta la famiglia, anche i nonni, se ci sono, per loro è una vera festa.

P.: Purtroppo da me è diverso… alcuni genitori si interessano poco a karate, agli allenamenti dei loro figli e ai loro progressi…per me è un vero rammarico, non si rendono veramente conto quanto sia importante quello che cerchiamo di dare loro.

P.: Maestro Kobayashi, forse qualche mio allievo vorrebbe sapere qual era la sua tecnica preferita quando faceva competizioni.

K.S.: Era mawashigeri, mawashigeri sinistro a chudan.

P.: E l’allenamento al makiwara? lo fa ancora? i suoi ragazzi lo praticano nel suo dojo?

K.S.: Makiwara training non interessa più, era una espressione particolare dell’arte del karate che adesso gli atleti non ricercano più per vari motivi. Oggi karate è espressione di dinamismo, elasticità, atletismo, massima scioltezza muscolare. Karate in funzione della competizione. Sono tanti anni che se ne parla, ma forse un giorno karate/sport entrerà ai giochi olimpici e allora ci sarà la vera esplosione positiva di questo sport!

P.: Allora io e lei forse diventeremo ricchi?!

Il Maestro alla mia battuta fa una simpatica e affettuosa risata.

P.: Ora per i kata ci sono i shitei (omologati, obbligatori) e così per il nostro stile sono stati scelti : Seishan, Chinto, Kushanku, Niseishi con strade ben precise…

K.S.: Non c’era alternativa, abbiamo già commentato assieme certe cose… dobbiamo solo accettare. Gli shitei si debbono eseguire così ,  oggi è importante allenare questi kata con quelle particolari tecniche e differenze, sopratutto per chi deve gareggiare. Per gli altri kata non ci sono problemi.

P.: Maestro cosa pensa del karate femminile?

K.S.: E’ molto popolare nel mondo e sia in Giappone che fuori lo diverrà sempre di più, sia per il kumite che per il kata. La percentuale odierna in Giappone attualmente è circa 70% uomini e 30% donne, ma aumenta anno per anno…E’ FORTE L’IDEA CHE KARATE DIA UN’IMMAGINE POSITIVA ALLA PERSONA!

P.: Maestro, cosa pensa del kiai sia fisico che come idea/concetto/cultura?

K.S.: E’ molto importante! Kiai è energia, volontà, determinazione…se non c’è kiai non c’è arte marziale, non c’è karate. Anche i preti buddisti, quando muore una persona , allontanano “il negativo” da questa persona con un forte kiai.

Il kiai è molto integrato nella nostra cultura giapponese.

P.: Maestro Kobayashi, ringraziandola a nome di tutti i miei allievi per questa intervista e per i bei giorni trascorsi assieme in dojo, quali ultimi consigli potrebbe offrirmi per affrontare anche con il suo pensiero i miei futuri allenamenti?

K.S.:  Far crescere quanto più possibile il livello tecnico ed emotivo dei bambini, allenarli intensamente, loro sono il futuro, da loro potresti avere grandi soddisfazioni, non tutti i bambini sono uguali, ci sono bambini più volonterosi di altri, questi devono essere curati con maggiore attenzione, questi andranno avanti e garantiranno la continuazione del tuo lavoro. Devono allenarsi tutti i giorni, a casa e  in dojo. Un’altra cosa…io e te in questi giorni abbiamo parlato moltissimo di Suzuki Sensei… ecco continua a pensare a lui, a quello che ha fatto e a quello che è stato fino agli ultimi giorni della sua vita.

P.: Domo Arigato Sensei.

LA CINTURA DEL MAESTRO

Maggio 2007

Ricordo, quando iniziai karate, vidi i primi karateka in cintura nera. In collegio, da  bambino, avevo visto già due uomini chiamati Maestri da alcuni miei compagni di classe. Erano maestri di Judo, a quegli anni, forse, più un misto che Judo puro. Io non avevo i soldi per iscrivermi a quei corsi, ma da una finestra che dava nella piccola saletta di pratica non mi perdevo un movimento e poi mi allenavo, in segreto, vergognandomi un po’ di non essere là con tutti gli altri. Ricordo, che per corrispondenza, a metà anni ’60 mi feci mandare un opuscolo che si diceva proibitissimo e pericolosissimo da usarsi in pratica di Kung-fu. Ho consumato quelle pagine a son di guardarle e studiarle. Ricordo, che nel primo dojo, la Yamato Damashi, dove mi iscrissi, la sola cintura nera era un Maestro di Padova che insegnava a Mestre e S. Donà. Questo Signore era Gustavo Bocchini. Forse allora non era neanche cintura nera, ma la portava e per noi tutti era il rispettatissimo Maestro. Poi seppi che andò a Roma dal M° Toyama a fare ufficialmente gli esami di federazione. Ho adorato anche lui come Maestro, lo rispettavo e  lo seguivo come un fedele cagnolino.

Poi mi presentò agli esami di cintura nera I° Dan nel 1974 con tutti gli esercizi di coppia completamente sbagliati che lui mi aveva insegnato. Non so perché mi avesse insegnato così la strada di quegli esercizi, fatto sta che i commissari d’esame, il M° Toyama, il M° Sakagami, il M° Maeda, non mi ritennero idoneo. Il M° Toyama però si accorse che quegli esercizi sbagliati erano stati eseguiti in una maniera assolutamente diligente e dinamica e mi chiese il perché di quella strana esecuzione. Da quel momento iniziai le mie lezioni private con il grande M° giapponese che insegnava a Roma, il famosissimo Maestro Toyama. Il M° Toyama veniva spesso nel Veneto a visitare le palestre, dojo; tutti chiamavano palestra il luogo di pratica, sono stato io con grande difficoltà, negli anni ottanta ad obbligare tutti i miei allievi a chiamare dojo il luogo dove ci si allenava.

Nelle mie frequentazioni a Roma e nel Veneto, vedevo quasi ogni mese il M° Toyama.

Tornando indietro nel tempo, al secondo anno di karate, quando cominciavo a fare qualche gara, ricordo che domandai al mio amico Willy, che aveva all’epoca un anno in più di karate, se esistevano due tipi di cintura nera, perché certe erano scure e certe grigie e brutte.

Mi ricordo ancora oggi la risposta che mi diede.

Quante cose non si sanno anche tra  le più semplici. E’ proprio vero, con gli anni ho capito che tante cinture nere che sembravano usatissime, in effetti erano state solo appositamente danneggiate per sembrarlo ma che quegli individui che le portavano non solo non erano delle vere cinture nere di karate, ma erano in generale anche delle persone molto scarse, erano dei bluff.

Il mondo è molto di più di ciò che si conosce.

La cintura nera del M° Toyama… Penso di aver amato quella cintura al pari del Maestro stesso, era il suo simbolo, era il suo sapere, era la sua grande conoscenza, su ciò che io amavo in quegli anni più della mia stessa vita, il karate Wadoryu. Ero sicuramente considerato un esaltato del karate da tutta la società sandonatese, ma a me questo non è mai importato. Io volevo solo imparare. Imparare il vero karate Wado, più di tutti quelli che vedevo,  io volevo sapere il massimo che avrei potuto.

La cintura del Maestro, quanto ho guardato, desiderato quella cintura.

Ricordo, che quando avevo la possibilità di vedere il karategi del M° Toyama in spogliatoio sul quale era appoggiata la sua cintura e non c’era nessuno dentro, con la mia mano mi avvicinavo a quell’oggetto sacro, la sfioravo con le mie dita. La sfioravo, non avevo il coraggio di prenderla in mano e neanche l’ho mai domandato al Maestro.

Ricordo, che la mia prima cintura nera mi fu regalata quando non lo ero ancora da un mio zio francese. Ricordo, che prendevo quell’oggetto in mano minimo cinquanta volte al giorno. Era una cintura nera di qualità scarsissima, probabilmente una cintura per Judo, molto più stretta delle nostre. I “grandi” karateka di Mestre e dintorni dicevano: «Guarda la cintura nera di Paci, è la più brutta cintura del gruppo Wado».

Io ne andavo fiero, era un regalo ma essenzialmente a quel tempo me l’ero guadagnata con grande fatica. Poi la donai al mio vecchio segretario del “Yang Club”, Basso Stefano, che ne fu molto contento. Basso era un bravo ragazzo.

Quando il M° Toyama domandò chi volesse avere la cintura originale della Federazione Giapponese, io mi candidai. Aspettai quella cintura più di un anno, e anticipai naturalmente i soldi, eravamo quasi tutti poveri all’epoca, eravamo ragazzi senza lavoro. Chissà perché le cinture che portava il M° dal Giappone, le cinture nere con il nostro nome scritto sopra a lettere giapponesi, costavano più del più caro dei karategi. Lui è sempre stato così. Ma io e altri gli volevamo un bene pazzesco lo stesso. Ricordo, che oltre a quella che porto tutt’ora, c’è stata la prima cintura giapponese originale e poi un’altra, la seconda. Quando il M° Toyama fondò in Italia il Suo Wado Kay. In tutto tre cinture nere originali.

La seconda che forse usai pochi mesi, la regalai a Tullio Pagotto. Tullio era un coraggioso, era anche un presuntuoso, era un ragazzo intelligente, mi voleva molto bene, forse non l’ha apprezzata quella cintura, ma io in un momento di slancio gliel’ho donata. Non so che fine abbia fatto nè Tullio, nè la cintura.

Un paio di cinture nere di riserva (italiane) che avevo nella mia borsa sono state date ad altri ragazzi promossi cintura nera che la desideravano. Non avevano il mio nome scritto sopra.

Ricordo che Nalesso, il mio collega di Padova, mi disse che un giorno chiamò per una lezione il M° Toyama nel suo dojo a Camposanpiero; il Maestro si era dimenticato la cintura a casa. Nalesso si offrì per dargli la sua di riserva, ma Lui la rifiutò perché aveva il suo nome scritto, ne cercò una tra gli allievi che non avesse scritte o nomi. Lui era anche così.

Ricordo che ad uno stage con il M° Kobayashi e con il M° Maeda, entrambi avevano una cintura ormai trasparente, da quanto super usata. Di entrambe non si riconosceva il colore nero e mancava poco che sul nodo non si spezzassero. Lo stage seguente, forse dopo due anni, ho rivisto questi grandi Maestri con una cintura nera più nuova e diversa completamente da quella che rammentavo. Mi ricordo, tanta era la mia fissazione su tutte queste immagini e simboli che domandai loro della vecchia cintura. Con sorpresa mi fu risposto che in Giappone dove era stata costruita la nuova avevano fatto incorporare dentro la vecchia. Ne rimasi assolutamente affascinato, non avevo più parole.

La mia prima amata cintura giapponese l’avevo regalata ad Arsalan Nassiri. Arsalan è un brav’uomo, mi ha conosciuto bambino, quando non facevo ancora karate, mi ha sempre seguito, non mi ha mai tradito, crede nelle qualità del karate che ho fatto e che insegno.

Arsalan ha regalato quella cintura con il mio nome a Marco Campagner. Marco ne è degno, perché non c’è nessuno così buono e disponibile come Marco. Con tutti i suoi difetti, come tutti noi d’altronde abbiamo, Marco è un puro e ripete al cento per cento ciò che io insegno; lui crede totalmente nella qualità del karate Wado che tento di trasmettere. Lui sa, che quello che propongo, nel bene e nel male, è frutto di tanto allenamento, e di tanta, tanta, tanta fatica. Tanta fatica come sempre deve fare un karateka che meriti il nome di artista marziale. Con la cintura che porta Marco, mi sono  sentito all’epoca un privilegiato. Era una cintura rara, ricoperta della più fine seta del Sol Levante. Ho portato quella cintura tutti i giorni dal 1976 in avanti, non ricordo in quale anno ho messo definitivamente l’altra. Portavo quella cintura in allenamento anche per otto ore al giorno, la portavo a scuola, durante la ginnastica, quando correvo per allenarmi sull’argine, era diventata la mia seconda pelle. La seta nera era presto sparita ma non mi dispiaceva. Io sapevo che era sempre la mia amata cintura nera. Era sempre più assomigliante a quelle cinture dei Maestri  Giapponesi prima citati.

La mia prima cintura nera giapponese, era la  cintura dei miei anni di forza bruta, di carattere irrefrenabile, di ferrea volontà, di cocciuta incapacità alle mediazioni del Mondo, alle necessarie piccole mediazioni del Mondo. Era la cintura dei miei esasperati allenamenti e sacrifici. Era la cintura della mia giovinezza, quando, non sapevo che questa giovinezza non sarebbe durata in eterno.

Quando il M° Toyama abbandonò tutti noi e tornò in Giappone, donò la sua cintura  ad un bambino del suo dojo di Roma; lo seppi da Nalesso.

Non poteva darla a me quella cintura, l’avevo troppo amata. Spesso chi ti ama non è ascoltato, questa è la vita, ma non è un’ingiustizia è solo un particolare anche se fa un po’ male, alla fine però fortifica se sai approfittare di questi sentimenti. Tutto torna a tuo vantaggio.

La sua cintura non era stata regalata neanche a Lello Olivari, o ad  Eros Conti che erano indiscutibilmente i suoi più bravi e meritevoli allievi, (all’epoca IV Dan del Lazio). Non era andata neanche a Nalesso che il M° considerava più bravo anche di molti suoi colleghi giapponesi o almeno così a me diceva.

Era andata ad un bambino, ad un bambino che forse l’ha venduta o riposta su un cassetto e mai più guardata.

Spesso i simboli che distinguono certi uomini muoiono con loro; altre volte i simboli sopravvivono agli uomini che li hanno creati o distinti; non c’è nè esisterà mai una regola su questi fatti degli uomini.

Certo, che la cintura nera del M° Toyama ancora oggi, ogni tanto, mi ritorna in mente e vorrei poter tornare indietro per sfiorarla ancora con le mie dita come facevo di nascosto nello spogliatoio da ragazzo.

Ci ho pensato spesso: ero io particolare o sono i ragazzi di oggi particolari. Forse in una misura o nell’altra lo siamo per nostra natura tutti, certo che da troppi anni i bambini dei miei corsi di karate ed i miei ragazzi più vecchi non danno la minima attenzione alla mia cintura nera, non domandano cosa c’è scritto, e perché ….. non domandano di vederla da vicino.

Forse ero io Paci Gallo, troppo strano, troppo fissato con tutto quello che rappresenta l’immagine alta del karate.

La cintura di chi sapeva…, la cintura di chi insegnava …., il simbolo di chi per conoscenza vera comandava…., giustamente comandava.

La cintura che porto adesso è l’ultimo ricordo tangibile di un’epoca giapponese alla quale credevo fermamente. E’ l’ultima cintura originale giapponese con il mio nome, con lo stile del karate Wado e con l’unione delle federazioni scritte su di essa. E’ l’ultima “costosissima, all’epoca”, cintura che il M° Toyama mi portò dal suo paese. La volli questa ennesima  volta in cotone puro, come quelle che portava il M° Suzuki, perché si consumano meno.

Dagli anni ottanta, questa cintura l’ho indossata tutti i giorni, l’ho stretta al mio corpo, che giorno per giorno non era più il corpo di quando avevo iniziato karate, ma era pur sempre un corpo migliore di tutti gli uomini della mia età. Forse proprio perché avevo fatto karate, avevo amato esasperatamente karate e che karate alla fine mi aveva molto amato.

La mia ultima cintura originale giapponese aveva conosciuto i giorni di allenamento con i più grandi maestri mai esistiti nel Wado. Tutti i migliori. Nessuno escluso. Con lei ho combattuto su tutti i tatami d’Europa. Con lei ho avuto l’onore di essere capo scuola in Italia e allenatore della nazionale prima con il maestro Toyama e poi con il M° Suzuki.

Con questa cintura ho trovato la forza di fare ancora karate nei giorni più tristi e terribili della mia vita. Ci sono stati dei momenti dieci anni fa che facevo fatica ad allacciarla al mio corpo tanto mi sentivo vinto dai fatti della vita. Poi forse proprio il simbolo che rappresentava mi ha aiutato a superare l’insuperabile e sono ancora qui che insegno karate.

La cintura del Maestro non è solo il simbolo è la vita del Maestro stesso. Racchiude la sua quotidianità, le sue paure, le sue gioie, le sue sconfitte e le sue illusorie vittorie, è un po’ tutto e un po’ niente. E’ per me lo Zen incorporato e fatto materia….

Non ci pensavo più da tanto tempo alla mia cintura, eppure ogni volta che la indosso lo faccio con grande sacralità ma non ci penso più a quello che negli anni ha rappresentato per me la cintura del Maestro.

L’altro giorno quando, tu, Igor mi ha fatto quel discorso, mi hai trovato un po’ impreparato e mi hai fatto ritornare dentro un sogno o mi hai destato quello che da tanti anni viveva dentro di me. Si parlava ancora una volta di una cosa sacra e strana che affascina solo le persone strane, forse le persone troppo strane come sono io e qualche altro.

Ho capito in quel momento, che tu amavi qualcosa di intimamente mio, più di quello che per me quella cosa oggi rappresenta, e non è che non ci tenga più, anzi ci tengo con più consapevolezza di come prima ci tenevo alle altre: è l’unica che possiedo, è l’unica che mi ricordi un passato glorioso, (più o meno), ma sicuramente per la mia categoria di uomo di arti marziali indiscutibilmente permeata di fatiche e sacrifici; enormi sacrifici, e non soltanto fisici. La mia cintura nera era per la prima volta incredibilmente desiderata da una persona, un’atleta per altro molto bravo, rispettoso, e che mi vuole bene, che ho tirato su fin da bambino; un giovane uomo mi chiede imbarazzatissimo e con una grande  confusione di avere la mia cintura nera, aggiungendo: “Costi quello che costi “.

L’amore e il desiderio per le cose del mondo che purtroppo ci sopravvivono non meritano le nostre profonde delusioni ed amarezze che troppo spesso  affiancano questi desideri e voluttà. Il piacere e il tuo interesse per questa cosa particolare che è la struttura psicologica incorporata nella cintura del Maestro sono il piacere rinnovato che io provo, pur separandomene e nel farti dono dell’oggetto stesso.

Non ti chiedo né responsabilità, né fedeltà, né coscienza, l’uomo matura secondo il proprio credo ciò che più vuole, e ciò che ritiene più giusto fare nella sua breve vita sulla terra.

Un Maestro di karate è, e non è, la sua cintura. Un Maestro di karate alle volte è anche  rappresentato dalla sua cintura, ma questa non sempre può essere sapientemente ed ideologicamente cinta nelle ventiquattro ore del nostro giorno.

Con grande affetto, augurandoti di diventare un grande studioso del “pianeta uomo” e del karate Wado.

                          Zeffiro Massimo Gallo Paci

LA VIA DEL KARATE

di Zeffiro Paci Gallo scritto nel 1978

Al giorno d’oggi un giovane, ha molte più possibilità di poter scegliere, un tipo di sport o disciplina, di quella avuta dai nostri padri.

Ciò nonostante, ci troviamo di fronte ai così detti Sport di massa, e ad altri con meno adepti. Gli sport di massa,  sono rimasti, tranne qualche eccezione, gli stessi di cinquant’anni fa. Per contro sono arrivate in Occidente delle Discipline Orientali che in questi ultimi vent’anni, hanno riempito non poche file di praticanti, nonostante la avversa pubblicistica in cui sono incorse dette Discipline. 

Non mi riprometto ora, di voler offrire una lezione dello ZEN che circonda le Arti Marziali, né tanto meno di tracciarne i veri “canali”, non ne sarei all’altezza e tanto meno non avrei in un breve scritto, elemento sufficiente di trasmissione! Voglio provare, però, a dare qualche informazione generale:  Il DO alla fine di ogni nome di singola Arte, (Karate do, Judo, Aikido, ecc.) sta per Via, e non intesa come una strada normale, ma come un indirizzo preciso, verso il miglioramento (perfezionamento) di noi stessi.

 Lo ZEN per esempio, considera l’aggressività, come il peggior freno per l’emancipazione.

Le Discipline Giapponesi tra le quali le più note: Karate, Judo, Kendo, Jiujitsu, Aikido, sono oggi una verità importante, dato proprio l’ingente numero di atleti e studiosi che ogni anno si accingono a varcare la soglia di una palestra di karate, o in un luogo dove si pratica judo…..!

Ciò nonostante vorrei tentare, di far più luce su certi concetti di dette Arti Marziali, e in particolar modo sul karate, disciplina alla quale da anni dedico gran parte del mio tempo, facendone serio studio.

Diverse sono le origini psicologiche o fisiche che portano una persona ad avvicinarsi al DOJO (luogo di pratica).

Diverse ragioni ha un uomo per raggiungere qualcosa, un traguardo, un sapere. Molte sono le idee errate che diventano illusioni, per uomini speranzosi di trasformare la loro vita in qualcosa di superiore.

Il mondo estremamente materialistico, numerico, affaristico che ci circonda, ci porta facilmente fuori da ciò che rappresentano le Arti Marziali nella loro vera natura, fatta essenzialmente di Spiritualità, Filosofia e di sacrificio corporeo.

Chi non conosce cosa fa un Karateka (atleta che pratica il karate), molto spesso è portato a deridere e criticare con scetticismo sterile e disfattista, un’ Arte, che si basa su delle tecniche che derivano da centinaia di anni di esperienza, tecniche curate, e perfezionate fino ad una monotonia, con il solo scopo di elevare lo Spirito,  plasmando il corpo.

Troppa disinformazione affascina tanti di coloro che vestono un karategi (costume per il karate), troppa illusione a voler diventare una sorta di superuomini, aleggia stranamente in molte teste. D’altronde la cultura che ha dato matrice a queste discipline non è Occidentale, e come tante cose, purtroppo anche il karate, dopo un “lungo viaggio”, non è arrivato da noi come è partito.

Lo Zen è un elemento fondamentale nell’apprendimento del karate, ma chi può parlarci di ZEN? Molto più facile sapere attorno al Calcio o al Basket (o, in tempi più moderni, al kick boxing)!

  In ognuna delle Arti Marziali sopra citate c’è la possibilità, attraverso uno studio sincero e ben seguito, di trasformare gli istinti inferiori, e dare spazio per potersi elevare agli stadi superiori, camminando di continuo verso una evoluzione; questo è possibile solo se si è eliminato precedentemente tutto ciò che rappresenta per noi freno inibitore. Fermo restando che tutto ciò che rappresenta aggressività e violenza esiste, non ci si deve illudere di poter cancellare l’istinto, bisogna solamente impegnarsi  (e non è di certo facile), in una continua attenzione, nella trasformazione della violenza in arte sopraffina di intelligenza, strategia e autocontrollo.

Un proverbio Giapponese del Karate, dice che karate e canto sono fratelli, perché entrambi nascono dall’addome. 

Accanto, quindi, ad una forza psicologica e filosofica, nelle  Arti Marziali bisogna agire anche sacrificando duramente il nostro corpo nell’esercizio fisico.

Il punto “HARA”, situato nel basso ventre, ha una importanza assoluta come gravità fisica e centro vitale di noi stessi.

Nella zona HARA nasce quella energia fisica capace di alimentare una tale forza mentale da farci raggiungere e ottenere traguardi per altri ritenuti impossibili.

Il Samurai del Giappone di un tempo, nostro integerrimo predecessore, e figura dal carisma ineguagliabile, si considerava, come ogni adepto ZEN, una forza della natura, da cui era sorto, e a cui sarebbe tornato (modo di pensare e di emanciparsi, tipicamente Buddista). Il Samurai non desiderava mai la conclusione dell’ azione, ma l’azione per sé stessa. Le conclusioni sono effimere, nascono e muoiono. Come non c’è fortezza tanto forte da essere eterna, e ricchezza tanto grande da non potersi trasformare in povertà. Solo la Sostanza Prima, la sostanza per la sostanza, che crea le cose senza scopo, ha bisogno di nulla.

Pensieri di un famoso clan di Samurai

“Non ho genitori, il cielo e la terra sono i miei genitori.

Non ho potere divino, lalealtà è il mio potere.

Non ho mezzi, la disciplina è il mio mezzo.

Non ho poteri magici, la “forza interiore” è la mia magia.

Non ho vita e non ho morte, l’eternità sono la mia vita e la mia morte.

Non ho corpo, la forza il mio corpo.

Non ho occhi, il bagliore del fiume i miei occhi.

Non ho orecchi, la sensibilità i miei orecchi.

Non ho membra, la velocità le mie membra.

Non ho progetti, è l’occasione il mio progetto.

Non ho miracoli, esistere è il mio miracolo.

Non ho principi, l’adattamento è il mio principio.

Non ho nemici, l’imprudenza i miei nemici.

Non ho corazza, la volontà la mia corazza.

Non ho castelli, è la mente irremovibile il mio castello.

Non ho spada, il vuoto della mente la mia spada.

PERCHè NEGLI ANNI ’70 HO VOLUTO CHIAMARE IL MIO CLUB YANG CLUB

L’Oriente ha sempre sostenuto che esistono due principi universali che si manifestano dappertutto: YANG=Tesi, Essere, Principio positivo e attivo delle cose. IN=Antitesi, Non Essere, Principio negativo delle cose.

IN e YANG si oppongono e si attraggono allo stesso tempo. Alla nascita segue inevitabilmente la morte ma la vita lotta contro di esse.

Il bene comporta il riscontro del male e così via …

ZANSHO

Zansho è ossessionato dalla permanenza delle cose e dalla vulnerabilità degli uomini.

Lui è un guerriero.

Lui crede nella dignità.

La sua mente vuole arrivare a vedere senza aver bisogno di soffermarsi a guardare.

Il suo allenamento nasce e rinasce all’infinito ogni volta che prende “forma”.

Il sogno finisce di esistere ogni volta che apriamo gli occhi alla realtà.

Zansho perderà inevitabilmente il suo ultimo duello, il suo sogno cederà alla realtà e al divenire del nulla.

Il suo allenamento alla vita però, è stato forte, continuo, sincero, la sua esistenza verrà venduta a caro prezzo.

Zeffiro Paci Gallo 28/01/2004