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 Maggio 2007                    

La cintura  del Maestro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricordo, quando iniziai karate, vidi i primi karateka in cintura nera. In collegio, da  bambino, avevo visto già due uomini chiamati Maestri da alcuni miei compagni di classe. Erano maestri di Judo, a quegli anni, forse, più un misto che Judo puro. Io non avevo i soldi per iscrivermi a quei corsi, ma da una finestra che dava nella piccola saletta di pratica non mi perdevo un movimento e poi mi allenavo, in segreto, vergognandomi un po’ di non essere là con tutti gli altri. Ricordo, che per corrispondenza, a metà anni ’60 mi feci mandare un opuscolo che si diceva proibitissimo e pericolosissimo da usarsi in pratica di Kung-fu. Ho consumato quelle pagine a son di guardarle e studiarle. Ricordo, che nel primo dojo, la Yamato Damashi, dove mi iscrissi, la sola cintura nera era un Maestro di Padova che insegnava a Mestre e S. Donà. Questo Signore era Gustavo Bocchini. Forse allora non era neanche cintura nera, ma la portava e per noi tutti era il rispettatissimo Maestro. Poi seppi che andò a Roma dal M° Toyama a fare ufficialmente gli esami di federazione. Ho adorato anche lui come Maestro, lo rispettavo e  lo seguivo come un fedele cagnolino.    

Poi mi presentò agli esami di cintura nera I° Dan nel 1974 con tutti gli esercizi di coppia completamente sbagliati che lui mi aveva insegnato. Non so perché mi avesse insegnato così la strada di quegli esercizi, fatto sta che i commissari d’esame, il M° Toyama, il M° Sakagami, il M° Maeda, non mi ritennero idoneo. Il M° Toyama però si accorse che quegli esercizi sbagliati erano stati eseguiti in una maniera assolutamente diligente e dinamica e mi chiese il perché di quella strana esecuzione. Da quel momento iniziai le mie lezioni private con il grande M° giapponese che insegnava a Roma, il famosissimo Maestro Toyama. Il M° Toyama veniva spesso nel Veneto a visitare le palestre, dojo; tutti chiamavano palestra il luogo di pratica, sono stato io con grande difficoltà, negli anni ottanta ad obbligare tutti i miei allievi a chiamare dojo il luogo dove ci si allenava.

Nelle mie frequentazioni a Roma e nel Veneto, vedevo quasi ogni mese il M° Toyama.

Tornando indietro nel tempo, al secondo anno di karate, quando cominciavo a fare qualche gara, ricordo che domandai al mio amico Willy, che aveva all’epoca un anno in più di karate, se esistevano due tipi di cintura nera, perché certe erano scure e certe grigie e brutte.

Mi ricordo ancora oggi la risposta che mi diede.

Quante cose non si sanno anche tra  le più semplici. E’ proprio vero, con gli anni ho capito che tante cinture nere che sembravano usatissime, in effetti erano state solo appositamente danneggiate per sembrarlo ma che quegli individui che le portavano non solo non erano delle vere cinture nere di karate, ma erano in generale anche delle persone molto scarse, erano dei bluff.

Il mondo è molto di più di ciò che si conosce.

La cintura nera del M° Toyama… Penso di aver amato quella cintura al pari del Maestro stesso, era il suo simbolo, era il suo sapere, era la sua grande conoscenza, su ciò che io amavo in quegli anni più della mia stessa vita, il karate Wadoryu. Ero sicuramente considerato un esaltato del karate da tutta la società sandonatese, ma a me questo non è mai importato. Io volevo solo imparare. Imparare il vero karate Wado, più di tutti quelli che vedevo,  io volevo sapere il massimo che avrei potuto.

La cintura del Maestro, quanto ho guardato, desiderato quella cintura.

Ricordo, che quando avevo la possibilità di vedere il karategi del M° Toyama in spogliatoio sul quale era appoggiata la sua cintura e non c’era nessuno dentro, con la mia mano mi avvicinavo a quell’oggetto sacro, la sfioravo con le mie dita. La sfioravo, non avevo il coraggio di prenderla in mano e neanche l’ho mai domandato al Maestro.

Ricordo, che la mia prima cintura nera mi fu regalata quando non lo ero ancora da un mio zio francese. Ricordo, che prendevo quell’oggetto in mano minimo cinquanta volte al giorno. Era una cintura nera di qualità scarsissima, probabilmente una cintura per Judo, molto più stretta delle nostre. I “grandi” karateka di Mestre e dintorni dicevano: «Guarda la cintura nera di Paci, è la più brutta cintura del gruppo Wado».

Io ne andavo fiero, era un regalo ma essenzialmente a quel tempo me l’ero guadagnata con grande fatica. Poi la donai al mio vecchio segretario del “Yang Club”, Basso Stefano, che ne fu molto contento. Basso era un bravo ragazzo.

Quando il M° Toyama domandò chi volesse avere la cintura originale della Federazione Giapponese, io mi candidai. Aspettai quella cintura più di un anno, e anticipai naturalmente i soldi, eravamo quasi tutti poveri all’epoca, eravamo ragazzi senza lavoro. Chissà perché le cinture che portava il M° dal Giappone, le cinture nere con il nostro nome scritto sopra a lettere giapponesi, costavano più del più caro dei karategi. Lui è sempre stato così. Ma io e altri gli volevamo un bene pazzesco lo stesso. Ricordo, che oltre a quella che porto tutt’ora, c’è stata la prima cintura giapponese originale e poi un’altra, la seconda. Quando il M° Toyama fondò in Italia il Suo Wado Kay. In tutto tre cinture nere originali.

La seconda che forse usai pochi mesi, la regalai a Tullio Pagotto. Tullio era un coraggioso, era anche un presuntuoso, era un ragazzo intelligente, mi voleva molto bene, forse non l’ha apprezzata quella cintura, ma io in un momento di slancio gliel’ho donata. Non so che fine abbia fatto nè Tullio, nè la cintura.

Un paio di cinture nere di riserva (italiane) che avevo nella mia borsa sono state date ad altri ragazzi promossi cintura nera che la desideravano. Non avevano il mio nome scritto sopra.

Ricordo che Nalesso, il mio collega di Padova, mi disse che un giorno chiamò per una lezione il M° Toyama nel suo dojo a Camposanpiero; il Maestro si era dimenticato la cintura a casa. Nalesso si offrì per dargli la sua di riserva, ma Lui la rifiutò perché aveva il suo nome scritto, ne cercò una tra gli allievi che non avesse scritte o nomi. Lui era anche così.

Ricordo che ad uno stage con il M° Kobayashi e con il M° Maeda, entrambi avevano una cintura ormai trasparente, da quanto super usata. Di entrambe non si riconosceva il colore nero e mancava poco che sul nodo non si spezzassero. Lo stage seguente, forse dopo due anni, ho rivisto questi grandi Maestri con una cintura nera più nuova e diversa completamente da quella che rammentavo. Mi ricordo, tanta era la mia fissazione su tutte queste immagini e simboli che domandai loro della vecchia cintura. Con sorpresa mi fu risposto che in Giappone dove era stata costruita la nuova avevano fatto incorporare dentro la vecchia. Ne rimasi assolutamente affascinato, non avevo più parole.

La mia prima amata cintura giapponese l’avevo regalata ad Arsalan Nassiri. Arsalan è un brav’uomo, mi ha conosciuto bambino, quando non facevo ancora karate, mi ha sempre seguito, non mi ha mai tradito, crede nelle qualità del karate che ho fatto e che insegno.

Arsalan ha regalato quella cintura con il mio nome a Marco Campagner. Marco ne è degno, perché non c’è nessuno così buono e disponibile come Marco. Con tutti i suoi difetti, come tutti noi d'altronde abbiamo, Marco è un puro e ripete al cento per cento ciò che io insegno; lui crede totalmente nella qualità del karate Wado che tento di trasmettere. Lui sa, che quello che propongo, nel bene e nel male, è frutto di tanto allenamento, e di tanta, tanta, tanta fatica. Tanta fatica come sempre deve fare un karateka che meriti il nome di artista marziale. Con la cintura che porta Marco, mi sono  sentito all’epoca un privilegiato. Era una cintura rara, ricoperta della più fine seta del Sol Levante. Ho portato quella cintura tutti i giorni dal 1976 in avanti, non ricordo in quale anno ho messo definitivamente l’altra. Portavo quella cintura in allenamento anche per otto ore al giorno, la portavo a scuola, durante la ginnastica, quando correvo per allenarmi sull’argine, era diventata la mia seconda pelle. La seta nera era presto sparita ma non mi dispiaceva. Io sapevo che era sempre la mia amata cintura nera. Era sempre più assomigliante a quelle cinture dei Maestri  Giapponesi prima citati.

La mia prima cintura nera giapponese, era la  cintura dei miei anni di forza bruta, di carattere irrefrenabile, di ferrea volontà, di cocciuta incapacità alle mediazioni del Mondo, alle necessarie piccole mediazioni del Mondo. Era la cintura dei miei esasperati allenamenti e sacrifici. Era la cintura della mia giovinezza, quando, non sapevo che questa giovinezza non sarebbe durata in eterno.

Quando il M° Toyama abbandonò tutti noi e tornò in Giappone, donò la sua cintura  ad un bambino del suo dojo di Roma; lo seppi da Nalesso.

Non poteva darla a me quella cintura, l’avevo troppo amata. Spesso chi ti ama non è ascoltato, questa è la vita, ma non è un’ingiustizia è solo un particolare anche se fa un po’ male, alla fine però fortifica se sai approfittare di questi sentimenti. Tutto torna a tuo vantaggio.

La sua cintura non era stata regalata neanche a Lello Olivari, o ad  Eros Conti che erano indiscutibilmente i suoi più bravi e meritevoli allievi, (all’epoca IV Dan del Lazio). Non era andata neanche a Nalesso che il M° considerava più bravo anche di molti suoi colleghi giapponesi o almeno così a me diceva.

Era andata ad un bambino, ad un bambino che forse l’ha venduta o riposta su un cassetto e mai più guardata.

Spesso i simboli che distinguono certi uomini muoiono con loro; altre volte i simboli sopravvivono agli uomini che li hanno creati o distinti; non c’è nè esisterà mai una regola su questi fatti degli uomini.

Certo, che la cintura nera del M° Toyama ancora oggi, ogni tanto, mi ritorna in mente e vorrei poter tornare indietro per sfiorarla ancora con le mie dita come facevo di nascosto nello spogliatoio da ragazzo.

Ci ho pensato spesso: ero io particolare o sono i ragazzi di oggi particolari. Forse in una misura o nell’altra lo siamo per nostra natura tutti, certo che da troppi anni i bambini dei miei corsi di karate ed i miei ragazzi più vecchi non danno la minima attenzione alla mia cintura nera, non domandano cosa c’è scritto, e perché ….. non domandano di vederla da vicino.

Forse ero io Paci Gallo, troppo strano, troppo fissato con tutto quello che rappresenta l’immagine alta del karate.

La cintura di chi sapeva…, la cintura di chi insegnava …., il simbolo di chi per conoscenza vera comandava…., giustamente comandava.

La cintura che porto adesso è l’ultimo ricordo tangibile di un’epoca giapponese alla quale credevo fermamente. E’ l’ultima cintura originale giapponese con il mio nome, con lo stile del karate Wado e con l’unione delle federazioni scritte su di essa. E’ l’ultima “costosissima, all’epoca”, cintura che il M° Toyama mi portò dal suo paese. La volli questa ennesima  volta in cotone puro, come quelle che portava il M° Suzuki, perché si consumano meno.

Dagli anni ottanta, questa cintura l’ho indossata tutti i giorni, l’ho stretta al mio corpo, che giorno per giorno non era più il corpo di quando avevo iniziato karate, ma era pur sempre un corpo migliore di tutti gli uomini della mia età. Forse proprio perché avevo fatto karate, avevo amato esasperatamente karate e che karate alla fine mi aveva molto amato.

La mia ultima cintura originale giapponese aveva conosciuto i giorni di allenamento con i più grandi maestri mai esistiti nel Wado. Tutti i migliori. Nessuno escluso. Con lei ho combattuto su tutti i tatami d’Europa. Con lei ho avuto l’onore di essere capo scuola in Italia e allenatore della nazionale prima con il maestro Toyama e poi con il M° Suzuki.

Con questa cintura ho trovato la forza di fare ancora karate nei giorni più tristi e terribili della mia vita. Ci sono stati dei momenti dieci anni fa che facevo fatica ad allacciarla al mio corpo tanto mi sentivo vinto dai fatti della vita. Poi forse proprio il simbolo che rappresentava mi ha aiutato a superare l’insuperabile e sono ancora qui che insegno karate.

La cintura del Maestro non è solo il simbolo è la vita del Maestro stesso. Racchiude la sua quotidianità, le sue paure, le sue gioie, le sue sconfitte e le sue illusorie vittorie, è un po’ tutto e un po’ niente. E’ per me lo Zen incorporato e fatto materia….

Non ci pensavo più da tanto tempo alla mia cintura, eppure ogni volta che la indosso lo faccio con grande sacralità ma non ci penso più a quello che negli anni ha rappresentato per me la cintura del Maestro.

L’altro giorno quando, tu, Igor mi ha fatto quel discorso, mi hai trovato un po’ impreparato e mi hai fatto ritornare dentro un sogno o mi hai destato quello che da tanti anni viveva dentro di me. Si parlava ancora una volta di una cosa sacra e strana che affascina solo le persone strane, forse le persone troppo strane come sono io e qualche altro.

Ho capito in quel momento, che tu amavi qualcosa di intimamente mio, più di quello che per me quella cosa oggi rappresenta, e non è che non ci tenga più, anzi ci tengo con più consapevolezza di come prima ci tenevo alle altre: è l’unica che possiedo, è l’unica che mi ricordi un passato glorioso, (più o meno), ma sicuramente per la mia categoria di uomo di arti marziali indiscutibilmente permeata di fatiche e sacrifici; enormi sacrifici, e non soltanto fisici. La mia cintura nera era per la prima volta incredibilmente desiderata da una persona, un’atleta per altro molto bravo, rispettoso, e che mi vuole bene, che ho tirato su fin da bambino; un giovane uomo mi chiede imbarazzatissimo e con una grande  confusione di avere la mia cintura nera, aggiungendo: “Costi quello che costi “.

L’amore e il desiderio per le cose del mondo che purtroppo ci sopravvivono non meritano le nostre profonde delusioni ed amarezze che troppo spesso  affiancano questi desideri e voluttà. Il piacere e il tuo interesse per questa cosa particolare che è la struttura psicologica incorporata nella cintura del Maestro sono il piacere rinnovato che io provo, pur separandomene e nel farti dono dell’oggetto stesso.

Non ti chiedo né responsabilità, né fedeltà, né coscienza, l’uomo matura secondo il proprio credo ciò che più vuole, e ciò che ritiene più giusto fare nella sua breve vita sulla terra.

Un Maestro di karate è, e non è, la sua cintura. Un Maestro di karate alle volte è anche  rappresentato dalla sua cintura, ma questa non sempre può essere sapientemente ed ideologicamente cinta nelle ventiquattro ore del nostro giorno.

Con grande affetto, augurandoti di diventare un grande studioso del “pianeta uomo” e del karate Wado.

                          Zeffiro Massimo Gallo Paci